Una Storia Sconosciuta dentro una Foto d’Epoca

Intorno al 1860 la fotografia stava diventando un fenomeno diffuso e uno strumento particolarmente utile per le arti. La tecnica fotografica stava progredendo rapidamente per rendere la macchina fotografica più facile da usare e maneggevole. La fotografia di campagna è la testimonianza della facilità di trasporto e utilizzo di fotocamere più piccole rispetto a quelledastudio studio. L’evoluzione dei supporti fotosensibili era strettamente legata a queste nuove attività.
La fotografia della campagna romana e quella ei monumenti storici era molto apprezzata dai turisti in visita in Italia. Il turismo era la principale fonte di guadagno per fotografi, artigiani e fotoamatori che lavoravano a Roma come in altre grandi città. Basti pensare che negli anni ’60 dell’ottocento erano più di 34 gli studi fotografici che operavano nell’area turistica romana tra il Corso e Piazza Colonna. Attorno a queste attività gravitavano numerose figure professionali di supporto. I commercianti di immagini; i venditori di prodotti chimici; i cartolai per supporti e album; i litografi che realizzavano i marchi da apporre sul retro delle fotografie; i corniciai; gli ‘stagnari’ che producevano tubi per spedire le immagini all’estero; i raffinatori che riciclavano materiali di scarto e, non ultimi, i ritoccatori che venivano spesso chiamati dagli studi o dagli artisti più importanti.
L’avvento e la diffusione della fotografia nelle arti causò un immediato e inevitabile fenomeno: la crisi dell’incisione, sebbene il repertorio e i soggetti fossero esattamente gli stessi. L’arte dell’incisione fu vista presto minacciata dalla nascita del dagherrotipo, tanto che nel 1858 alcuni artisti firmarono una petizione al Ministro del Commercio delle Arti e dell’Industria nel vano tentativo di fermare in qualche modo questa nuova e minacciosa tecnologia.
Nel 1860 le istantanee non esistevano ancora, per questo motivo le vedute di piazze e monumenti sono quasi sempre vuote e prive di persone; le foto venivano scattate solitamente all’alba. Se il fotografo riteneva opportuno ravvivare la scena, alcuni personaggi venivano ritratti in pose caratteristiche, all’occorrenza. Sebbene i pescatori nel Tevere, i soldati a cavallo o sdraiati sulle rovine si rivelassero innaturali, lo scopo era stato raggiunto. Quelle pose rappresentavano il “dolce far niente” che tanto appassionava i turisti. Difficilmente si riesce a trovare monumenti minori o soggetti insoliti.
La nostra fotografia è straordinaria anche per questo: ritrae la Colonna Traiana, un monumento famoso e ampiamente fotografato ma raffigurato in una situazione del tutto insolita. Nella foto la colonna non può essere certamente apprezzata per la sua bellezza perché è completamente coperta da un’impalcatura di legno. Ciò che si vuole quindi ritrarre non è il monumento in sé, ma piuttosto i lavori che si stanno svolgendo su di esso e il “trattamento” a cui è stato sottoposto. Purtroppo non conosciamo il nome dell’autore della foto, ma sappiamo che il nostro fotografo anonimo ha scattato da un punto preciso della Basilica Ulpia (da questo stesso punto ne furono scattate più di una durante le varie fasi dei lavori) da cui si può osservare la colonna nella sua interezza e in relazione allo spazio circostante con la chiesa e sul retro.

Anonimo, Colonna Traiana con impalcatura per calchi in gesso, Roma 1865 ca.

L’imponente impalcatura di legno fu eretta per consentire l’esecuzione dei calchi in gesso (dell’intero monumento) richiesti da Napoleone III a Papa Pio IX. L’imponente e faticoso lavoro di formatura dell’antica colonna di marmo e l’altrettanto impegnativo lavoro di realizzazione dei calchi furono svolti dall’abile e notissima famiglia romana dei fratelli formatori Malpieri tra il 1862 e il 1864. Sulla colonna lavorò Leopoldo Malpieri con i suoi assistenti (le firme degli autori della ditta sono state trovate all’interno del capitello) mentre nella bottega situata al Corso n. 52-54 Alessandro Malpieri e i suoi assistenti lavoravano all’esecuzione dei calchi in gesso. Dagli stampi furono prodotte due serie di calchi in gesso, la prima fu consegnata al Papa che la espose al Palazzo del Laterano; la seconda serie prese la strada di Parigi partendo imballata in casse di legno dal Porto di Ripetta sul Tevere. Oggi la prima serie è visibile al Museo della Civiltà Romana di Roma, dove è in prestito permanente dal 1951.
Solo un vero formatore o chi ha assistito alla pratica della formatura può immaginare il dispendio di energia, il lavoro di quegli uomini, quanti materiali e quanta fatica e difficoltà comporti l’esecuzione di un’opera di queste dimensioni, soprattutto in un’epoca non ancora assistita dalla tecnologia che oggi agevola enormemente l’artigiano. Il trasporto dei materiali, attrezzature e utensili avveniva con carri trainati a mano o a mezzo di animali. La produzione del gesso in polvere veniva ancora effettuata in modo tradizionale, con la cottura del gesso nei forni da panetteria e la frantumazione in mortai manuali. Lo stesso sollevamento di tutti i materiali sulla colonna e la discesa dei pesanti stampi avveniva con carrucole manuali. Nel progetto di formatura, lo sviluppo della scena figurativa era suddiviso in numerosi stampi che consentivano la riproduzione della scena totale in 125 rilievi consecutivi.
Lo stampo fu realizzato con argilla per motivi di conservazione delle superfici marmoree originali (questa tecnica precludeva l’uso di distaccanti grassi). Tuttavia, la formatura con l’argilla imponeva ai formatori tempi serrati: per evitare l’essiccazione dell’argilla e la conseguente deformazione, il lavoro doveva procedere senza soste sia sulla colonna per la realizzazione degli stampi, sia nel trasporto degli stessi in bottega e nell’esecuzione immediata dei calchi in gesso. La presenza di un ampio telo scuro sull’impalcatura, visibile in alto a sinistra dell’immagine, è molto probabilmente dovuta alla necessità di creare una zona d’ombra per evitare la rapida essiccazione dei pezzi i creta posti sulla colonna durante la formatura.
Un’altra fotografia di anonimo, scattata esattamente dallo stesso punto (forse dallo stesso autore), ritrae la colonna parzialmente coperta dall’impalcatura, probabilmente durante la fase di costruzione. La qualità dell’immagine è diversa perché è stato utilizzato un supporto fotosensibile diverso. La prima foto è un negativo al collodio che ha ottenuto una qualità inferiore.
Le due foto hanno date divergenti rispetto alle date di realizzazione dei calchi. Posso tuttavia affermare che studiandoli nei minimi dettagli ho scoperto cose interessanti. La seconda foto non è stata scattata durante la costruzione dell’impalcatura (come suggerisce la datazione), bensì durante la demolizione.

Anonimo, Colonna Traiana con impalcatura per calchi in gesso, Roma 1861 ca.

Dopo aver costruito l’impalcatura completa (alta quasi 40 metri), i formatori hanno iniziato il lavoro di formatura procedendo per tre giri alla volta. L’altezza di due giri corrisponde a un piano intermedio e quattro giri corrispondono a un’impalcatura a doppio piano distinguibile dalle croci in legno. I formatori hanno quindi iniziato a rimuovere il primo giro in alto durante la formatura del terzo giro in basso, e così via. In questo modo, lo stampo di un giro completo della spirale era sempre appoggiato alla colonna e non rischiava distacchi causati dal peso o rotture. Ogni quattro giri completati e staccati, un piano dell’impalcatura veniva rimosso, consentendo di scaricare facilmente a terra tutte le grandi e pesanti forme.
Nella foto sono visibili alcuni stampi di gesso bianco appoggiati alla struttura dell’impalcatura in attesa di essere calati. La sagoma e le dimensioni coincidono perfettamente con i rilievi in ​​gesso. Con un po’ di attenzione è anche possibile distinguere una trave di legno inclinata verso l’alto e la corda che, con una carrucola le fa calare a terra. In basso a destra si può vedere una tettoia con altri stampi conservati al suo interno, per proteggerli dal sole, pronti per essere trasportati in bottega.