Un Artigiano Avventuriero

Nella seconda metà del 1882 il famoso archeologo ed esploratore inglese Alfred Percival Maudslay (1850-1931) fu faticosamente impegnato nei preparativi per una futura spedizione in Sud America, Guatemala ed Honduras con l’obiettivo di studiare la scultura Maya. Dopo aver riportato una serie di fotografie, rilievi, misurazioni e negativi in cartapesta provenienti da precedenti spedizioni a Quirinuá, Copan e Yaxchilan, Maudslay si rese conto che il modo migliore e più efficace per acquisire copie fedeli dei monumenti Maya consisteva nell’eseguire dei calchi in gesso molto dettagliati. Più sarebbero state accurate le copie e più fedeli sarebbero stati i graffiti utili agli studiosi. Dall’esperienza ottenuta con gli stampi in cartapesta, Maudslay intuì che era necessario realizzare degli stampi in gesso, assai più fedeli e professionali.

Naturalmente lo stampo in gesso rappresentava un’opera estremamente difficile da realizzare in mezzo alla foresta; dove solo il trasporto di materiali ed attrezzature, nonché movimentare le pesanti forme di gesso composte da centinaia di pezzi, comportava un enorme dispendio di energia e denaro. Inoltre, era fondamentale avvalersi dell’opera di un formatore di grande esperienza da reclutare in Inghilterra. Aveva bisogno di un uomo abbastanza folle da seguirlo in un’impresa del genere.
Sotto il crescente interesse per i calchi in gesso, Maudslay visitò il South Kensington Museum (oggi Victoria and Albert) di Londra. Ammirando i magnifici calchi della monumentale Cast Court tra cui il Portico de la Gloria di Santiago de Compostela realizzati da Domenico Brucciani nel 1866, conobbe il più famoso laboratorio di formatura di Londra, il D. Brucciani & Co. presso la Galleria delle Arti di Londra in Covent Garden con una selezione di oltre 1.200 calchi in catalogo.
Maudslay si convinse ulteriormente della scelta, gli stampi in gesso avrebbero dato come risultato dei calchi estremamente accurati delle sculture maya di Quiringuá e Copán. Nel calco in gesso non ci sarebbero stati limiti o perdita di tutti quei dettagli e sottosquadri che non erano riusciti ad ottenere con gli stampi in carta. Tuttavia gli Squeeze (così venivano chiamati gli stampi di carta) sarebbero stati ancora utilizzati per acquisire iscrizioni e geroglifici. Così, per la nuova missione l’archeologo ingaggiò Lorenzo Giuntini (Andrew Lawrence “Lorenzo” Giuntini, Cheltenham 1843 – Londra 29 dicembre 1920). Giuntini era un esperto formatore di origine italiana che molto giovane aveva imparato il mestiere da suo padre Andrea Giuntini, nato in Italia nel 1808. Ottenendo presto una notevole fama Lorenzo lavorò anche presso la famosa bottega di Domenico Brucciani.
Così oltre 4 tonnellate di Gesso di Parigi, immagazzinate in barili di metallo-lino e il resto dei materiali, strumenti e attrezzature furono inviati a Livingston per la partenza in nave.
Nei primi giorni di gennaio del 1883 Alfred Maudslay e Lorenzo Giuntini si imbarcarono a bordo di un piroscafo diretto a Berlize nel mar dei caraibi. Il 18 febbraio raggiunsero Yzabal in Guatemala, con il prezioso aiuto di Gorgonio Lopez e di suo figlio Carlos, insieme a venti Kekchi Mozos di Coban. Tutti i materiali pesanti, le attrezzature e il gesso ora confezionato in sacchi impermeabili furono stati trasportati per giorni a spalla e sul dorso di un mulo a Quiriguá, antica città maya lungo il corso del fiume Motagua. Maudslay e Giuntini viaggiarono a cavallo ma con diverse difficoltà: infatti il formatore risentì presto della fatica del duro viaggio al quale non era abituato. Tuttavia una volta arrivato fu molto felice di vedere la grande scultura in pietra che in pochi giorni era pronta per essere formata. Il sito archeologico di Quiringuá era ricco di monumenti, stele altissime e imponenti sculture zoomorfe. Gli zoomorfi di Quiriguá venivano realizzati per fornire informazioni sul sovrano, sul suo potere e sulle sue conquiste. Quasi ogni centimetro quadrato di questi monumenti riccamente decorati è dedicato alla trasmissione di informazioni. Il più grande è Zoomorph P o Grande Tartaruga, che pesa 20 tonnellate e offre una superficie di 40 metri quadrati totalmente incisa.

I monumenti di Quiriguá furono costruiti per celebrare il completamento di 5 Tuns (o un quarto di K’atun), ovvero un periodo di 1800 giorni, circa 5 anni. I quattro grandi zoomorfi furono scolpiti consecutivamente, a partire dal 780 d.C., e sono quasi certamente collegati in qualche modo al mito della creazione Maya. Esistono anche due zoomorfi più piccoli cui la funzione è incerta.
I pesanti monoliti furono scolpiti in situ ma da enormi blocchi trasportati per chilometri.
Nei primi giorni di marzo Lorenzo Giuntini iniziò a lavorare alla grande scultura monolitica denominata Grande Tartaruga (poi denominata Zoomorph P e successivamente Monumento 16) un’enorme roccia di granito finemente scolpita con la superficie completamente ricoperta da un rilievo ricco di figure e fitte iscrizioni. Molti sottosquadri dovevano essere ripuliti dalla vegetazione e dall’attacco dei licheni che ne compromettevano la corretta lettura. Il lavoro di formatura fu molto difficile ed estenuante a causa delle dimensioni del monumento ed alle difficoltà di lavorare in un ambiente eccessivamente caldo ed umido.
Le materie prime erano piuttosto limitate e dovevano essere usate con molta parsimonia. La forma in gesso che ottenne era composta da oltre 600 pezzi. Le porzioni laterali dovevano risultare molto robuste per resistere al trasporto con i muli e poi in barca ed allo stesso tempo dovevano essere più leggere possibile anche per risparmiare materiale. Il 26 aprile, dopo quasi due mesi di lavoro, lo stampo della Grande Tartaruga venne completato da Giuntini. Per la sua realizzazione furono necessarie ben 2 tonnellate di gesso. Contemporaneamente Giuntini lavorò su altre sculture, alla fine di Aprile aveva eseguito anche il calco di gran parte di due grandi monumenti monolitici, mentre Gorgonio aveva prelevato i calchi in carta di numerose iscrizioni.

Immaginando le condizioni ostili di un luogo tanto inospitale, le risorse limitate di quell’epoca, le fatiche richieste da un lavoro tanto grande e non ultimo il lungo viaggio in una terra lontana è facile intuire che quella sarebbe diventata per Giuntini l’impresa da raccontare per tutta la vita.

Negli anni successivi l’abile formatore compì altre due missioni, una in Mesoamerica di nuovo con Maudslay e successivamente, nel 1892, una nuova missione a Persepoli in Iran con Herbert Weld-Blundell.
L’imballaggio ed il trasporto di tutti i pezzi che componevano i pesanti stampi e di tutto il materiale si rivelò piuttosto difficoltoso. C’erano migliaia di tasselli ed delicati elementi di gesso appartenenti a forme diverse oltre a grandi stampi di carta. Durante la lunga marcia di trasporto nella foresta il convoglio venne colto da un violento temporale che presto si trasformò in uragano, il gruppo venne travolto ed alcuni stampi di carta rimasero gravemente danneggiati dall’umidità.
Al termine della missione furono portate a Londra ben 20 sculture originali, decine di grandi stampi divisi in tonnellate di gesso (da cui ricavare i calchi), 400 calchi in carta di bassorilievi e iscrizioni, oltre ad una moltitudine di fotografie, filmati, disegni, misurazioni, mappe, quaderni e tessuti mesoamericani.
Cosa fare con tutto questo materiale?
In attesa di comprendere appieno quale strategia attuare, se rimandare lo studio sistematico al termine delle esplorazioni o avviare subito l’analisi dei reperti, l’esecuzione dei calchi in gesso doveva iniziare immediatamente. Giuntini si mise prontamente al lavoro e nel 1884 Maudslay poté presentare al Museo Archeologico dell’Università di Cambridge un buon numero di calchi, che gli avevano permesso di effettuare la spedizione. Purtroppo i gessi erano ingombranti e poco maneggevoli e l’università declinò l’offerta di accettarli nei propri edifici.

All’inizio dell’agosto 1885 Maudslay tentò di ottenere un accordo con il South Kensington di Londra per organizzare una mostra con i calchi, le fotografie e le mappe dei siti archeologici delle aree Maya esplorate. Propose la donazione dell’intera collezione di calchi  delle opere originali a condizione di tenerli esposti per gli studenti e che il museo potesse curare i servizi offerti da Giuntini pagando lo stipendio per il suo lavoro e tutte le spese sostenute da lui stesso.
Così nel gennaio 1886 tutti i gessi e le forme furono inviati al museo dove Giuntini fu temporaneamente assunto. Tuttavia negli anni successivi i progetti proseguirono con grandi difficoltà, al museo continuarono ad arrivare ogni anno nuove casse piene di stampi e nel 1891 l’amministrazione del South Kensinghton comunicò a Maudslay che si trovavavno costretti ad interrompere la collaborazione con Lorenzo Giuntini. Maudslay riuscì ad ottenere solo una proroga. Nel 1893 il museo annunciò che l’intera collezione sarebbe stata trasferita al British Museum con il quale fu raggiunto un accordo per mantenere gli originali in esposizione mentre i calchi sarebbero stati conservati nel seminterrato del British Museum lasciandoli accessibili agli studiosi.
Nel 1914 furono effettuate altre spedizioni nelle stesse aree per conto della School of American Archaeology. Lo scopo era quello di proseguire gli scavi dopo le passate esperienze, tra cui quelli di Maudslay e di riportare i calchi in gesso di alcuni monumenti credendo di ottenere delle riproduzioni più fedeli di quelle di Giuntini.
Come descritto nei resoconti della spedizione, la nuova campagna sarebbe stata condotta realizzando stampi in gelatina, cioè colla animale. In questo modo la restituzione delle superfici sarebbe stata più fedele e precisa e l’esecuzione più veloce. Nella relazione, relativa al nuovo calco della Grande Tartaruga si confrontavano i 600 pezzi della forma in gesso di Giuntini eseguiti in 3 mesi (data errata perché il calco venne realizzato secondo Maudslay in due mesi) contro le 11 parti dello stampo in gelatina eseguito in soli 15 giorni. Tuttavia veniva omesso che la durata nel tempo della forma in gesso non aveva limiti mentre quella in gelatina poteva durare pochi anni e permettere l’esecuzione di poche copie.
Tuttavia, dalla descrizione dettagliata della tecnica esecutiva trascritta nel bollettino della spedizione, possiamo dedurre che non si trattò di una scelta conveniente.

Lo stampo in gelatina non era certo migliorato in termini di peso e dimensioni. L’esecuzione dello stesso comportò una serie di grosse complicazioni che resero il lavoro molto difficile. La colla animale si deteriorava rapidamente a causa delle alte temperature e del tasso di umidità. Il procedimento di lavoro fu molto scomodo dovendo creare ed articolare una paratia di gesso per contenere la colla liquida in fase di applicazione.

Pertanto venne realizzato uno strato di argilla (corrispondente allo spessore della colla) su tutta la scultura. Successivamente vennero eseguite delle grandi calotte di gesso, provviste di raccordi e rinforzi in canna di bambù.
Nella fase successiva le calotte di gesso vennero smontate, l’argilla rimossa dalla scultura, le calotte rimontate al loro posto e nello spazio vuoto (prima occupato dallo stato di argilla) veniva versata la colla liquida calda in un’operazione tutt’altro che semplice, dovendo mantenere la temperatura costante anche se tendeva a raffreddarsi velocemente e quindi a solidificarsi senza raggiungere tutta la superficie della scultura all’interno. Spesso la colla raffreddata doveva essere sostituita da un’altra colla già pronta riscaldata all’interno di tubi metallici a fuoco indiretto o in acqua bollente, in un continuo rallentamento del processo lavorativo. Sul gesso venivano praticati dei fori per l’espulsione dell’aria, man mano che la colla riempiva l’intercapedine i fori venivano chiusi con argilla.

Alla fine lo stampo veniva lasciato raffreddare durante le ore notturne e poi sformato, compresi gli strati di gelatina di gomma ed infine la statua ripulita.
I calchi in gesso svennero eseguiti in opera, non dall’intero stampo ricomposto, ma da ogni singola parte dello stampo im modo da ottenere porzioni di scultura meglio trasportabili. Fu necessario eseguire il lavoro nelle prime ore del mattino, poiché i raggi del sole ammorbidivano le superfici della gelatina. Sulla gelatina veniva cosparsa della polvere di gesso per togliere la forza adesiva della colla. Quindi venne utilizzato dell’allume come agente distaccante, solo a questo punto veniva colato il gesso in più strati per ottenere il calco. La temperatura e l’umidità resero la realizzazione dei calchi assai difficoltosa. Il gesso risentiva fortemente dell’uso di questi agenti e la presa era troppo accelerata. Fu necessario utilizzare una quantità di gesso assai maggiore di quella necessaria in condizioni normali. A lavoro ultimato le varie porzioni del calco in gesso vennero imballate in casse di legno ricoperte con foglie di banano usato come materiale assorbente. Tutte le porzioni di calco sarebbero state rimontate dopo l’arrivo a destinazione.
Alla luce di queste informazioni è facile dedurre che non vi sia stato alcun miglioramento rispetti ai calchi eseguiti da Giuntini. E’ noto che lo stampo in Gelatina non offre una superficie migliore dello stampo a tasselli di gesso, soprattutto se realizzato in condizioni difficoltose e non a regola d’arte. La quantità di materiale utile da trasportare era superiore a quello impiegato durante la missione di Maudslay, fu necessaria una maggiore quantità di Gesso di Parigi sia per le forme che per i calchi. Dovettero trasportare anche grande quantità di argilla e gelatina non necessarie durante la missione precedente. L’unico vantaggio apparente fu il risparmio di tempo durante la realizzazione degli stampi, ma altro tempo fu necessario per permettere  l’esecuzione in cantiere dei calchi e per l’imballaggio e trasporto.
Inoltre, la realizzazione di calchi di grandi dimensioni come elementi indipendenti da assemblare successivamente comprometteva la precisione dimensionale del calco rispetto all’originale, non riscontrabile nei calchi di Giuntini invece eseguiti a regola d’arte.

I calchi in gesso ottenuti dalle forme in gelatina furono esposti a San Diego in California, durante l’Esposizione Panama-California e poi nelle sale della School of American Archaeology di Santa Fe in New Mexico; ma rimane il dubbio sulla reale necessità di spendere tante energie e soldi quando sarebbe stato sufficiente richiedere gli stessi calchi dagli stampi esistenti già realizzati dall’abile formatore Lorenzo Giuntini.